
La città
“Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare. Lettera da Parigi sul teatro delle ombre”
L’opera di Giuseppe Lagrasta
Barletta - domenica 26 aprile 2026
2.04
L'opera "Giuseppe De Nittis. Romanzo Epistolare", dedicata da Giuseppe Lagrasta al grande pittore barlettano, si arricchisce di un nuovo capitolo, costruito dagli emblemi compositivi che costituiscono la narrazione autobiografica che lo stesso De Nittis ha descritto sia con le sue opere pittoriche sia attraverso il "Taccuino 1870/1884" e "L'Epistolario." Nella "Lettera da Parigi sul teatro delle ombre" il prof. Lagrasta, propone un testo d'invenzione in cui il pittore descrive il suo teatro interiore, fatto di ombre, di ricordi, di maschere, di natura e paesaggi, di scene illuminate di vita quotidiana. Una memoria vegetale, quella che traspare in questa lettera, che definisce l'artista barlettano, quale inventore di un teatro d'anime segrete, da cui ogni osservatore, può trarre elementi poetici e creativiper rendere le emozioni assaporate dalle maschere nude. Quale scrutatore d'anime, Giuseppe De Nittis, è testimone di un'arte illuminante che ha creato sia l'alfabeto dei sentimenti, tratto dalla sua tavolozza, sia la grammatica della luce misterica, derivata dal suo sentiero creativo dove orme, tracce e ombre s'incontrano dando vita a un felice ballo in maschera.
Parigi, Saint-Germain-en-Laye, senza data
Cari amici, cari fantasmi lunari, care amiche di sole e di bellezza, il mio cuore ricorda l'Ofanto invernale e l'uva matura, le spighe di grano e i vostri occhi spiritati durante i nostri giochi. E il cuore annota i giochi all'aperto, la libertà di correre, di arrampicarsi sugli alberi, di osservare il sole fino a sentirsi ciechi. E in quel gioco assurdo, che mi accecava e mi rendeva senza luce, io provai a sognare il teatro delle ombre.Accecato, innamorato del sole e della luna, adagiato sul cuore della Senna, innamorato delle strade di Parigi, io ricordai il teatro delle ombre che abitò il mio cuore, quando ero a Barletta. E in continuità, con il mio senso di incompiutezza e con la mia profonda inquietudine, annodai la conversazione con le maschere che mi abitavano. Ma in cosa consiste il mio teatro d'ombre? Posso dirvi che la mia esistenza è stata connotata da una lotta continua tra luce e buio, tra opacità e sfumature, tra ombre e sole. E in questo gioco di richiami di colori, il mio cuore pittorico ha ricevuto una carica fortemente creativa, in quanto, ha dovuto esplorare la grammatica visiva, ed è stato un bene e un ulteriore stimolo, che mi ha permesso di entrare nel vivo della follia e della felicità in cui si cela l'anima dei colori.
E sì, perché i colori, come ben sapete, si occultano, e trovano sempre un luogo segreto difficile da accedervi e quando si accede, molte porte sono chiuse e allora scopri che quel luogo segreto è il labirinto della pittura e della creatività, luogo in cui a lungo, dovrai, trovar dimora. Ecco che per essere più equilibrato sia nella vita quotidiana che nella mia vita interiore sono stato obbligato a costruire un teatro mentale, un percorso di figurazioni oniriche, immaginative e magiche e al tempo stesso, ombrose e realiste, e attraverso tale bilanciamento, ho ritrovato la gioia di vivere, che si è intensificata con l'amore di Léontine, la mia Titine, che non mi ha mai abbandonato e con Jacques, il mio angelo custode.
Ma, devo dirvi, che il mio percorso pittorico è stato paradossale, in quanto, la luce e l'ombra hanno rivoluzionato la mia visione del mondo e la mia vita d'artista. E ho trasformato le storie del mio teatro d'ombre in narrazioni pittoriche piene di luce, ma intrecciate a maschere umane, rivisitate alla luce della vita sociale ed esistenziale, e tutto ciò è stato reso possibile incarnando la poetica pittorica degli oggetti e dei soggetti, rivolta a scavare nell'anima di quelle maschere nude i congegni alchemici delle passioni umane.
Mentre soffrivo del buio che accecava la mia interiorità, la stessa mia vitalità interiore, prima di soccombere alla stanchezza, esplodeva nel suo teatro di luce facendo affiorare sul palcoscenico della mia mente teatrale, le emozioni, i desideri e le passioni parigine mentre la mia spinta immaginativa, bruciava le ore, codificando i granelli di sabbia che scivolavano nella clessidra.
Certo, dona sempre felicità vivere ed essere protagonisti del proprio teatro d'ombre, condividendo con le stesse, i segreti della naturaumana, i misteri che animano il loro soffio vitalepermettendo di dipingere con le alchimie dei colori, tra i fantasmi nutritivi dei giorni e le ombre abitanti delle notti fiumane.
E la mia vita è stata simile a quella di viaggiatori incantati, che trovano sul loro cammino, ombre, felicità, piacere e gioie ma soffrono anche di rimpianti, di sogni appena svaniti, di sguardi e figure che, d'improvviso, si disperdono nella meraviglia delle nuvole. E io amai il viaggio come momento di pausa ma anche di ricarica dell'energia che serve al sangue e al teatro della mente per riprendere il cammino nella magia del sole.
Vi dirò di una strategia che adoperavo per resistere alla malinconia che mi procurava la casa vuota dei genitori. Tutto ciò accadde dopo i dieci anni, quando mi sentii sconvolto e preso da disperazione, così decisi, di chiudermi in me, e non rivolgere la parola a nessuno. E in quel periodo progettai e organizzai il mio primo teatro d'ombre. Era estate, sedevo sul pavimento e sul muro, disegnavo con le dita, un palcoscenico su cui si esibivano i miei fantasmi infantili. E quel teatro, per lungo tempo, mi ha fatto compagnia,perché sul quel palcoscenico davo modo di esibirsi: ai miei amici di gioco, ai miei genitori e ai miei fratelli, alle mie zie più simpatiche, ai miei cuginetti, ai compagni di scuola. Ma tra questi attori e attrici improvvisati si intrufolavano fantasmi di qualsiasi specie. Vipere, serpi e ramarri che mi parlavano e mi raccontavano i segreti delle forre, guerrieri romani che avevano lottato nella battaglia di Canne, compagni di gioco che mi avevano ferito.
E questo teatro d'ombre fu per me il vero mondo reale, che animavo con le oche, i cani, i cavalli, le rondini, le foglie e le nuvole, le onde del fiume Ofanto e le stelle, la luna segreta e le mille filastrocche del cielo e della terra.
Quando disegnavo le nuvole, immaginavo che discutessero tra di loro, affrontando temi legati alla solitudine, alla povertà, con lacrime e pianti, a causa degli insulti subiti dal sole e dalla luna. Le nuvole mi apparvero sempre come degli oggetti dalle anime infelici che io non riuscivo a definire. Il lessico della tristezza ad una certa età è sintetico, forse denso di parole impronunciabili e di sentimenti disperati che nessuno vede, impressioni segrete di dolore, che in un bambino, di dieci o dodici anni, nessuno, scorge.
E spesso quella tristezza perdeva la sua asperità, immaginando i nonni che mi abbracciavano, mi volevano bene e mi parlavano dolcemente. Qualche volta, preso da disperazione, quand'ero molto piccolo, ho dormito con i nonni e la mia tristezza si leniva ascoltando solo il loro respiro, dolce e tranquillo. E quando capitava che facevo recitare i nonni nel mio teatro d'ombre, mi sentivo così felice che mi ritornava il desiderio di parlare con gli altri. Furono mesi, quelli, di silenzio assoluto, ma quando era solo, durante i miei spettacoli segreti, i dialoghi tra i protagonisti erano densi, pieni di parole ma anche di parole senza senso e allora cominciava il divertimento perché quei dialoghi impossibili mi permettevano di giocare con i suoni, con versi incomprensibili, con parole inesistenti, con animali immaginari che adoperavano un linguaggio sconosciuto. Vivevo nel mio giardino fantastico, il giardino delle verità, ma anche delle fantasie, il giardino satanico dove si nascondevano ombre oscure, fantasmi e mostri di diversa natura e provenienza.
Cari amici, è vero, furono giorni in cui mi liberai di alcune paure ma ne vissi delle altre che mi lasciavano sveglio per tutta la notte. Immaginavo che, da un momento all'altro, rimanessi totalmente solo, perché i miei parenti mi abbandonavano in un bosco mentre tra neve e gelo, avrei dovuto trovare riparo in qualche pagliara. Altro che teatro dell'ombra: quando mi venivano quegli attacchi di paura, io non sapevo a chi rivolgermi, e mi vergognavo a dirlo ai miei fratelli, perché sapevo che mi avrebbero deriso; invece, i nonni, i nonni, sì, mi avrebbero capito e mi avrebbero aiutato a superare quei momenti oscuri vissuti nell'infanzia.
Cari miei fantasmi, care dolci maschere, voglio dirvi quanto mi è doloroso, in questo momento che vi scrivo, ricordare la mia vita trascorsa a Barletta e quale nostalgia mi strugge per avervi lontano, miei cari amori segreti, miei cari fantasmi nascosti tra le vene della natura, tra l'erba dei prati, tra le onde e i gorghi del Fiume Ofanto. Mi è difficile perché, in questo silenzio, ritrovo, la dolcezza della natura viva, ma anche il disagio per la vita consunta e morta. Così ritrovo la volontà sublime di dare valore al passato e dare voce a quelle parole, che quando tornavo a Barletta e vi incontravo, un po' per pudore e un po' per la fretta, ma anche per le emozioni che non riuscivo a controllare, non riuscivo mai a dirvi. Ma confesso, però, che anche a Parigi, più adulto, ma anche nel periodo napoletano, tra Résina e Portici, non dimenticai mai la vita trascorsa insieme sul palcoscenico del nostro teatro d'ombre, perché, ho sempre avuto l'attenzione nel cominciare a dipingere una tela, partendo da una nuvola di sole, oppure da una nuvola di colori, insomma da una immagine, che caparbia e seducente mi empiva gli occhi di gioia di vivere.
Sono riuscito a partire dallo scuro e dalle ombre per raggiungere le fonti della luce più magica, più severa, ma anche più adulta, perché quando la luce nelle opere, si mostra adulta, allora vuol dire, miei cari fantasmi lunari, mie care maschere di fuoco e di grano, che l'artista è riuscito a collimare il senso della vita terrestre al mistero sacro che avvolge la natura e il Creato. E in questo lievito umano, la sostanza della luce, abbracciando l'ombra, esprime la bontà della tavolozza dei colori parigini e la bellezza dell'anima vegetale del sole e della luna. A presto, e come sempre e sempre ancora, vostro Peppino.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", Giuseppe Lagrasta, Copyright, 2026.
Parigi, Saint-Germain-en-Laye, senza data
Cari amici, cari fantasmi lunari, care amiche di sole e di bellezza, il mio cuore ricorda l'Ofanto invernale e l'uva matura, le spighe di grano e i vostri occhi spiritati durante i nostri giochi. E il cuore annota i giochi all'aperto, la libertà di correre, di arrampicarsi sugli alberi, di osservare il sole fino a sentirsi ciechi. E in quel gioco assurdo, che mi accecava e mi rendeva senza luce, io provai a sognare il teatro delle ombre.Accecato, innamorato del sole e della luna, adagiato sul cuore della Senna, innamorato delle strade di Parigi, io ricordai il teatro delle ombre che abitò il mio cuore, quando ero a Barletta. E in continuità, con il mio senso di incompiutezza e con la mia profonda inquietudine, annodai la conversazione con le maschere che mi abitavano. Ma in cosa consiste il mio teatro d'ombre? Posso dirvi che la mia esistenza è stata connotata da una lotta continua tra luce e buio, tra opacità e sfumature, tra ombre e sole. E in questo gioco di richiami di colori, il mio cuore pittorico ha ricevuto una carica fortemente creativa, in quanto, ha dovuto esplorare la grammatica visiva, ed è stato un bene e un ulteriore stimolo, che mi ha permesso di entrare nel vivo della follia e della felicità in cui si cela l'anima dei colori.
E sì, perché i colori, come ben sapete, si occultano, e trovano sempre un luogo segreto difficile da accedervi e quando si accede, molte porte sono chiuse e allora scopri che quel luogo segreto è il labirinto della pittura e della creatività, luogo in cui a lungo, dovrai, trovar dimora. Ecco che per essere più equilibrato sia nella vita quotidiana che nella mia vita interiore sono stato obbligato a costruire un teatro mentale, un percorso di figurazioni oniriche, immaginative e magiche e al tempo stesso, ombrose e realiste, e attraverso tale bilanciamento, ho ritrovato la gioia di vivere, che si è intensificata con l'amore di Léontine, la mia Titine, che non mi ha mai abbandonato e con Jacques, il mio angelo custode.
Ma, devo dirvi, che il mio percorso pittorico è stato paradossale, in quanto, la luce e l'ombra hanno rivoluzionato la mia visione del mondo e la mia vita d'artista. E ho trasformato le storie del mio teatro d'ombre in narrazioni pittoriche piene di luce, ma intrecciate a maschere umane, rivisitate alla luce della vita sociale ed esistenziale, e tutto ciò è stato reso possibile incarnando la poetica pittorica degli oggetti e dei soggetti, rivolta a scavare nell'anima di quelle maschere nude i congegni alchemici delle passioni umane.
Mentre soffrivo del buio che accecava la mia interiorità, la stessa mia vitalità interiore, prima di soccombere alla stanchezza, esplodeva nel suo teatro di luce facendo affiorare sul palcoscenico della mia mente teatrale, le emozioni, i desideri e le passioni parigine mentre la mia spinta immaginativa, bruciava le ore, codificando i granelli di sabbia che scivolavano nella clessidra.
Certo, dona sempre felicità vivere ed essere protagonisti del proprio teatro d'ombre, condividendo con le stesse, i segreti della naturaumana, i misteri che animano il loro soffio vitalepermettendo di dipingere con le alchimie dei colori, tra i fantasmi nutritivi dei giorni e le ombre abitanti delle notti fiumane.
E la mia vita è stata simile a quella di viaggiatori incantati, che trovano sul loro cammino, ombre, felicità, piacere e gioie ma soffrono anche di rimpianti, di sogni appena svaniti, di sguardi e figure che, d'improvviso, si disperdono nella meraviglia delle nuvole. E io amai il viaggio come momento di pausa ma anche di ricarica dell'energia che serve al sangue e al teatro della mente per riprendere il cammino nella magia del sole.
Vi dirò di una strategia che adoperavo per resistere alla malinconia che mi procurava la casa vuota dei genitori. Tutto ciò accadde dopo i dieci anni, quando mi sentii sconvolto e preso da disperazione, così decisi, di chiudermi in me, e non rivolgere la parola a nessuno. E in quel periodo progettai e organizzai il mio primo teatro d'ombre. Era estate, sedevo sul pavimento e sul muro, disegnavo con le dita, un palcoscenico su cui si esibivano i miei fantasmi infantili. E quel teatro, per lungo tempo, mi ha fatto compagnia,perché sul quel palcoscenico davo modo di esibirsi: ai miei amici di gioco, ai miei genitori e ai miei fratelli, alle mie zie più simpatiche, ai miei cuginetti, ai compagni di scuola. Ma tra questi attori e attrici improvvisati si intrufolavano fantasmi di qualsiasi specie. Vipere, serpi e ramarri che mi parlavano e mi raccontavano i segreti delle forre, guerrieri romani che avevano lottato nella battaglia di Canne, compagni di gioco che mi avevano ferito.
E questo teatro d'ombre fu per me il vero mondo reale, che animavo con le oche, i cani, i cavalli, le rondini, le foglie e le nuvole, le onde del fiume Ofanto e le stelle, la luna segreta e le mille filastrocche del cielo e della terra.
Quando disegnavo le nuvole, immaginavo che discutessero tra di loro, affrontando temi legati alla solitudine, alla povertà, con lacrime e pianti, a causa degli insulti subiti dal sole e dalla luna. Le nuvole mi apparvero sempre come degli oggetti dalle anime infelici che io non riuscivo a definire. Il lessico della tristezza ad una certa età è sintetico, forse denso di parole impronunciabili e di sentimenti disperati che nessuno vede, impressioni segrete di dolore, che in un bambino, di dieci o dodici anni, nessuno, scorge.
E spesso quella tristezza perdeva la sua asperità, immaginando i nonni che mi abbracciavano, mi volevano bene e mi parlavano dolcemente. Qualche volta, preso da disperazione, quand'ero molto piccolo, ho dormito con i nonni e la mia tristezza si leniva ascoltando solo il loro respiro, dolce e tranquillo. E quando capitava che facevo recitare i nonni nel mio teatro d'ombre, mi sentivo così felice che mi ritornava il desiderio di parlare con gli altri. Furono mesi, quelli, di silenzio assoluto, ma quando era solo, durante i miei spettacoli segreti, i dialoghi tra i protagonisti erano densi, pieni di parole ma anche di parole senza senso e allora cominciava il divertimento perché quei dialoghi impossibili mi permettevano di giocare con i suoni, con versi incomprensibili, con parole inesistenti, con animali immaginari che adoperavano un linguaggio sconosciuto. Vivevo nel mio giardino fantastico, il giardino delle verità, ma anche delle fantasie, il giardino satanico dove si nascondevano ombre oscure, fantasmi e mostri di diversa natura e provenienza.
Cari amici, è vero, furono giorni in cui mi liberai di alcune paure ma ne vissi delle altre che mi lasciavano sveglio per tutta la notte. Immaginavo che, da un momento all'altro, rimanessi totalmente solo, perché i miei parenti mi abbandonavano in un bosco mentre tra neve e gelo, avrei dovuto trovare riparo in qualche pagliara. Altro che teatro dell'ombra: quando mi venivano quegli attacchi di paura, io non sapevo a chi rivolgermi, e mi vergognavo a dirlo ai miei fratelli, perché sapevo che mi avrebbero deriso; invece, i nonni, i nonni, sì, mi avrebbero capito e mi avrebbero aiutato a superare quei momenti oscuri vissuti nell'infanzia.
Cari miei fantasmi, care dolci maschere, voglio dirvi quanto mi è doloroso, in questo momento che vi scrivo, ricordare la mia vita trascorsa a Barletta e quale nostalgia mi strugge per avervi lontano, miei cari amori segreti, miei cari fantasmi nascosti tra le vene della natura, tra l'erba dei prati, tra le onde e i gorghi del Fiume Ofanto. Mi è difficile perché, in questo silenzio, ritrovo, la dolcezza della natura viva, ma anche il disagio per la vita consunta e morta. Così ritrovo la volontà sublime di dare valore al passato e dare voce a quelle parole, che quando tornavo a Barletta e vi incontravo, un po' per pudore e un po' per la fretta, ma anche per le emozioni che non riuscivo a controllare, non riuscivo mai a dirvi. Ma confesso, però, che anche a Parigi, più adulto, ma anche nel periodo napoletano, tra Résina e Portici, non dimenticai mai la vita trascorsa insieme sul palcoscenico del nostro teatro d'ombre, perché, ho sempre avuto l'attenzione nel cominciare a dipingere una tela, partendo da una nuvola di sole, oppure da una nuvola di colori, insomma da una immagine, che caparbia e seducente mi empiva gli occhi di gioia di vivere.
Sono riuscito a partire dallo scuro e dalle ombre per raggiungere le fonti della luce più magica, più severa, ma anche più adulta, perché quando la luce nelle opere, si mostra adulta, allora vuol dire, miei cari fantasmi lunari, mie care maschere di fuoco e di grano, che l'artista è riuscito a collimare il senso della vita terrestre al mistero sacro che avvolge la natura e il Creato. E in questo lievito umano, la sostanza della luce, abbracciando l'ombra, esprime la bontà della tavolozza dei colori parigini e la bellezza dell'anima vegetale del sole e della luna. A presto, e come sempre e sempre ancora, vostro Peppino.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", Giuseppe Lagrasta, Copyright, 2026.
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