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'Una riflessione sui diritti umani', scrive Padre Saverio Paolillo

«Una società si misura dal modo in cui rispetta i diritti umani». Una lettera dal Brasile, paese vittima della violenza

Pubblichiamo una lettera del missionario comboniano Padre Saverio Paolillo, dal titolo "Una riflessione sui diritti umani".

Carissimi,

il grado di civiltà di una società si misura dal modo in cui rispetta i diritti umani. Direi di più. I pilastri che devono sostenere qualsiasi organizzazione sociale, politica, economica e religiosa che voglia essere considerata autenticamente umana sono il riconoscimento del principio fondamentale della dignità umana e la tutela dei diritti di qualunque cittadino, indipendentemente dall´età, dalla razza, dalla nazionalità, dalla religione, dall´orientamento sessuale, dal mestiere, dalla condizione economica, dalla funzione che esercita nella società e dal certificato penale.

Qualunque gesto teso a calpestare la dignità umana costituisce un atto di lesa umanità. Deve essere oggetto di indignazione da parte della società e immediatamente condannato. Le violazioni ai diritti umani non solo umiliano le vittime, ma ribassano tutta la comunità e offendono la razza umana, soprattutto quando contano con l´appoggio esplicito o con l´omissione della società.

Il rispetto per la dignità umana e la tutela dei diritti umani dovrebbero essere una responsabilità di tutti. Una sorta di vocazione universale. Ma, purtroppo, non è ciò che vediamo. L´aumento spaventoso della violenza, l´affermazione dell´individualismo, il campanilismo, l´egoismo e il disprezzo per la vita stanno trasformando la difesa dei diritti umani in una eccezione, in una lotta solitaria di pochi idealisti ispirati in valori etici e religiosi che, oltre tutto, sono emarginati e perseguitati da settori della società che, o per malafede o per ignoranza, riducono l´impegno in difesa dei diritti umani alla protezione a delinquenti. In tutto il mondo si verifica un processo di demoralizzazione e criminalizzazione dei difensori dei diritti umani. Questa campagna si fonda su equivoci che bisogna chiarire urgentemente.

Il primo equivoco: "Diritti umani solo per la gente perbene".

I diritti umani non sono un favore, un atto di carità, una concessione benevolente da parte di benefattori dell´umanità, una prerogativa esclusiva di coloro che fanno parte della cerchia ristretta dei nostri "amici" o un premio concesso a chi si comporta bene. Non esiste nessuna circostanza che possa ammettere la sospensione o addirittura la soppressione della dignità umana. Neanche quando l´individuo, purtroppo, commette un grave delitto. L´uomo e la donna, per il semplice fatto di essere umani, sono titolari di diritti che devono essere riconosciuti e tutelati dai loro simili e dallo Stato in qualunque circostanza. I diritti umani sono inerenti alla propria condizione umana. Emanano direttamente e simultaneamente dalla natura umana. Costituiscono un bene acquisito che nessuno può negare o usurpare. Sono iscritti definitivamente nel patrimonio genetico della razza umana. Sono incancellabili. Entrano in scena sin dal momento del concepimento e dalla loro affermazione dipende lo sviluppo integrale della persona. Per questo, sono universali, inviolabili, inalienabili, imprescrittibili e esigibili. Violarli come forma di punizione significa fare la scelta della selvaggeria. La persona vale molto di più dei suoi errori e delle sue omissioni. Nessuno può arrogarsi il diritto di identificarlo con i suoi atti delittuosi. È giusto che sia responsabilizzato per i suoi delitti, ma senza che si rechi alcun pregiudizio alla sua intrinseca dignità e senza perdere la speranza nel suo recupero. Tutte le volte che violiamo la vita e l´integrità fisica e morale dell´individuo e non gli garantiamo l´accesso a tutti i suoi diritti, oltre a recare offesa alla dignità della persona, diamo un pericoloso contributo al processo di degrado della società.

Secondo equivoco: i difensori dei diritti umani si preoccupano più dei delinquenti che delle vittime.

Ci sono alcuni che credono che il riconoscimento dei diritti umani impedisce che ci sia una adeguata punizione per coloro che commettono delitti. Sostengono che i criminali se ne avvantaggiano a scapito del dolore delle loro vittime. Ciò non è vero. I difensori dei diritti umani sono solidali con l´afflizione delle vittime, non concordano con nessun tipo di delitto e non difendono vantaggi per coloro che li praticano. Essi si preoccupano con l´aumento spaventoso della violenza. Loro stessi sentono sulla pelle gli effetti devastanti della criminalità. Ma, allo stesso tempo, restano in permanente allerta per evitare che la gravità della situazione non diventi il pretesto per una reazione violenta alla violenza. La società non può cadere nella tentazione della barbarie. Bisogna fare giustizia. Ma, purtroppo, ciò che chiamiamo giustizia è più un impeto di vendetta che un percorso di riparazione del danno e di riconciliazione tra vittima e aggressore. L´ansia di giustizia sta diventando il varco attraverso cui si fa largo uno dei sentimenti più barbari che l´uomo possa sentire: la sete di vendetta. La giustizia deve avere come essenza la riparazione del male causato. Non può essere usata per provocare dolore e sofferenza al trasgressore. Infatti, niente è riparato quando torturiamo, rinchiudiamo in carceri disumane o lo esecutiamo con una iniezione letale, appena saziamo la nostra vendicativa sete di sangue retrocedendo al Codice di Hammurabi: "Occhio per occhio...!".

È un equivoco pensare che la violenza deve essere affrontata con l´aumento e l´inasprimento delle pene. La storia fallimentare del nostro sistema penitenziario ci mostra esattamente il contrario. Un sistema punitivo violento e umiliante genera soltanto più violenza. È ora di fare una riflessione più profonda. La lotta alla violenza esige varie risposte più complesse, ma, allo stesso tempo, più efficaci. Bisogna investire di più nella prevenzione riducendo i fattori di rischio che incentivano il coinvolgimento della criminalità. È necessario assumere un serio impegno contro l´impunità che favorisce la proliferazione della violenza, stimola la criminalità, incoraggia l´insolenza dell´aggressore e porta discredito sulle istituzioni. Infine bisogna costruire un modello di giustizia che aiuta a rompere il circolo della violenza attraverso il recupero dell´aggressore, la riparazione dei danni, il superamento dei traumi causati dal crimine e la restaurazione delle relazioni sociali tra gli aggressori e le vittime. Alla giustizia retributiva bisogna sostituire la giustizia terapeutica e la giustizia restaurativa. È in questa scia che si inserisce il lavoro dei difensori dei diritti umani. "E se fosse tua figlia a essere violentata da un delinquente che cosa faresti?". La domanda é pertinente, ma per rispondere ne faccio un´altra: "E se fosse tuo figlio o un tuo parente a violentare mia figlia, che cosa faresti tu in questo caso?". Nel mio lavoro pastorale incontro molte persone che invocano punizioni severe nei confronti dei figli degli altri, ma che si fanno in quattro per difendere i loro parenti quando commettono delitti. Spendono una fortuna per garantirgli il diritto alla difesa e, pur accettando la punizione, invocano comprensione nei loro confronti.

Puntano il dito sugli altri, ma per i "loro" supplicano clemenza. In questo caso prevalgono gli affetti. Perché questa affettività non può emergere sempre? Sarebbe il migliore antidoto contro la violenza. Con questo discorso non voglio rafforzare l´impunità, ma desidero impedire che la punizione diventi pretesto per violare la dignità umana e un potente incentivo alla violenza.

Terzo equivoco: "I difensori di diritti umani pensano solo nei carcerati!'

Questa affermazione dimostra una totale ignoranza a rispetto del lavoro dei difensori di Diritti Umani. Oggi sono coinvolti in tutte le aree con l´obbiettivo di tutelare tutti i diritti umani. Ma è innegabile che il grosso del loro lavoro si concentri soprattutto nell´ausilio a persone che commettono delitti. Questa preoccupazione si deve a due motivi: prima di tutto perché la maggior parte dei criminali appartiene a gruppi sociali impoveriti e disumanizzati per la negazione dell´accesso ai diritti fondamentali. Con questo non si pretende giustificare la violenza, ma non possiamo negare che la mancanza di rispetto per la dignità umana provocata da un sistema economico ingiusto e una società escludente costituisce una delle principali porte di accesso alla criminalità. La maggior parte della popolazione carceraria è formata da poveri, non perché siano più criminosi dei ricchi, ma perché sono poveri, cioè non hanno i mezzi per fare valere i loro diritti.

Quindi optare per la popolazione carceraria è optare per i poveri. Mentre i ricchi e i potenti riescono a evitare il carcere perché possono permettersi i migliori avvocati, la maggior parte dei carcerati ammuffisce nelle carceri che sono una scuola pubblica di criminalità.

Il secondo motivo di questa preoccupazione dei difensori di Diritti Umani per coloro che commettono delitti è perché loro costituiscono un facile bersaglio della furia della polizia e della violenza di coloro che disprezzano i diritti umani.

Quarto equivoco: "I diritti umani ostacolano il lavoro della polizia"

Purtroppo ci sono persone che credono nella incompatibilità tra diritti umani e sicurezza pubblica e fanno ricorso alla violazione dei diritti, all´uso della forza e alla tortura per strappare informazioni e concludere le indagini. In realtà queste pratiche mostrano l´incompetenza della polizia e servono solo ad aumentare il discredito della popolazione con le forze dell´ordine. La società ha bisogno della polizia e questa ha il dovere di garantirle una convivenza pacifica e sicura. Chi assume la missione di garantire la sicurezza pubblica ha il dovere di esercitare la sua funzione con autorità altrimenti rischia di essere omesso. Ma, allo stesso tempo, non può approfittarsene sotto pena di commettere un atto di abuso di autorità. Prevaricazione e abuso di autorità sono delitti. Non ci sono dubbi sull´importanza del ruolo che le forze dell´ordine svolgono nella società. Ma ci vuole buon senso e equilibrio nelle azioni, anche perché queste hanno un riflesso nella società. Per questo è necessario che la polizia abbia qualità tecnica e una preparazione psichica, emozionale e fisica adeguata. Il poliziotto violento mostra poco professionalismo, diventa un criminale e stimola la mancanza di rispetto verso una categoria che ha bisogno di essere valorizzata agli occhi della società.

Quando la comunità percepisce che la polizia rispetta i diritti umani, è onesta e tratta le persone in maniera giusta, costruisce buone relazioni con le forze dell´ordine. È grazie a questa collaborazione che la lotta alla criminalità diventa efficace.

Non esiste in tutto il mondo una polizia efficiente che non sia rispettosa dei diritti umani. In questo senso, i diritti umani, invece di costituire un ostacolo all´efficienza della polizia, offrono la possibilità di legittimare le forze dell´ordine agli occhi della popolazione, aumentando la sua efficacia sia nella prevenzione, sia nell´investigazione della responsabilità per gli atti criminali. I difensori di diritti umani sono alleati della polizia efficiente e professionista, ma sono avversari della polizia barbara, violenta e aggressiva.

Questa riflessione è frutto del momento che viviamo in Brasile dove, per causa della violenza, diventa sempre più comune la tentazione di farsi giustizia con le proprie mani, Approfitto dell´opportunità per chiedere le vostre preghiere. Stiamo vivendo un momento difficile in cui siamo chiamati a fare delle scelte che possono mettere in rischio tutto il lavoro che abbiamo costruito in questi anni.

Dio dica bene di tutti noi e ci aiuti.


Padre Saverio Paolillo (Pe. Xavier)
Missionàrio Comboniano
Pastoral do Menor da Arquidiocese de Vitòria do Espírito Santo
Rede AICA – Atendimento Integrado à Criança e ao Adolescente
  • Diritti umani
  • Padre Saverio Paolillo
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