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La città

«Le istituzioni non ci sono. Barletta non parla perché si sente sola»

Le riflessioni condivise alla nostra redazione dopo la morte di Claudio Lasala

Due ragazze barlettane diverse tra loro, una studia psicologia all'università, l'altra è una ex lavoratrice nei locali della movida barlettana, ma entrambe si sono rivolte alla nostra redazione per condividere un pensiero sulla morte di Claudio Lasala, ucciso con una sola coltellata nel pieno centro storico della nostra città, sotto gli occhi di tanti ragazzi che si sono chiusi in un silenzio preoccupante.

Non una condanna né un pretesto per gettare fango sulla realtà giovanile di Barletta: quanto sta succedendo deve far discutere, e bisognerà parlarne anche dopo che le luci della ribalta mediatica nazionale si saranno spente.

È emersa più volte la parola omertà. Sicuramente i ragazzi della nostra città sono stati i primi a sentirsi chiamati in causa: non è un caso che le due lettere arrivate in redazione siano a firma di due ragazze molto giovani. Condividiamo con i lettori i loro pensieri per riflettere insieme.

La lettera di una giovane studentessa universitaria

«Tante sono le riflessioni in questi giorni sul povero Claudio e tra tutte mi ha colpito una in cui un utente ha scritto "la colpa è dell'omicida, non delle famiglie, della società, delle istituzioni e della politica. Tutti possono sottrarsi alle grinfie di una società sbagliata. Basta volerlo". Così ci tenevo anch'io a scrivere qualcosa sperando non passi inosservata.

Sono d'accordo con il libero arbitrio e il discorso secondo cui la colpa è degli assassini, ma mi sembrano affermazioni troppo semplicistiche. Fin da piccoli, noi siamo ciò che l'ambiente ci propone di essere. Che si nasca con determinati temperamenti è indubbio, ma sono le esperienze ad avere un peso maggiore nella costruzione della personalità.

Leviamoci il velo dell'ipocrisia e ammettiamo che determinate facce e determinati nomi li conosciamo quasi tutti, e proprio perché elementi del genere sono sempre esistiti, sono in grado di riconoscerli anche i nostri genitori. Come è possibile che non ci sia un minimo controllo delle compagnie dei propri figli?

La maggior parte delle volte, tutti i ragazzini e ragazzine che decidono di entrare in determinati gruppi, lo fanno perché sono deboli psicologicamente e vogliono cercare di sentirsi accettati in tutti i modi, dunque perché a casa i genitori non si accorgono di questi segnali? E inoltre perché nelle scuole non si potenziano incontri con psicologi e educatori?

«Facciamoci i fatti nostri che è meglio»

«Infine, per ultimo e non per importanza, vorrei parlare della sicurezza della nostra città. Come ho scritto poco sopra, tanti di noi conoscono determinate facce o nomi, quindi mi chiedo, come è possibile che, allo stesso modo, non siano noti alle forze dell'ordine? Perché si fa finta di non conoscere? Perché c'è omertà? Questa domanda potrebbe ovviamente essere fatta anche a tutti noi: perché non denunciamo quando assistiamo a determinate cose?

Rispondo io per me stessa, non lo faccio perché ormai la nostra città è arrivata ad un punto in cui la famosa goccia ha fatto traboccare il vaso, ho paura ad espormi e il povero Claudio ne è la piena testimonianza. Tanti come me non si espongono nonostante vorrebbero farlo davvero, perché come si suol dire "facciamoci i fatti nostri che è meglio", ma proprio perché ormai ci troviamo così "bloccati" in questa situazione, perché non agisce per noi chi ha più potere?

Ecco perché penso che il ruolo di genitori e istituzioni sia fondamentale, gli assassini di Claudio hanno sicuramente tutta la colpa, perché sono i carnefici, ma interroghiamoci anche su cosa c'è alle spalle del libero arbitrio, poniamoci sempre i "perché?"».

La lettera si conclude così: «La morte di Claudio non ha avuto un minimo senso, ma almeno deve averlo la punizione di chi ha commesso tutto ciò. Un pensiero va alla famiglia Lasala a cui purtroppo non basteranno mai né le mie parole né quelle di chiunque altro, perché nessuno potrà mai portare indietro il loro figlio. Buon viaggio Claudio».

«Tutti sapevano, ma nessuno ha mai preso sul serio il problema»

«Quello che sta emergendo di Barletta è una realtà profondamente annegata nella criminalità e nell'omertà - scrive l'altra ragazza nella sua lunga lettera - Mi dispiace, ma non sono per niente d'accordo, perché non deve emergere solo una realtà di comodo a favore delle cronache, dove Barletta viene dipinta come il piccolo centro meridionale in cui tutti ignorano e tacciono. Barletta è una città che si è chiusa nel silenzio per paura, ma anche perché solo con l'irreparabile ha consapevolizzato quanto hanno fatto male gli anni in cui gli episodi di microcriminalità sono stati sottovalutati e sta sostanzialmente morendo nel senso di colpa.

La cronaca nera locale, scritta anche da voi di BarlettaViva, ha da sempre raccontato di tanti episodi di spaccio e di criminalità diffusa. E nessuno ha mai preso sul serio il problema. Le istituzioni locali sanno benissimo che situazione c'è, ma a parte qualche arresto disparato per beccare qualche piccolo spacciatore, non ci sono mai stati interventi concreti.

Misure di sicurezza esigue, ma Barletta non è solo criminalità

«Io ho fatto anche turni di notte nei locali - continua a raccontare - e vi posso assicurare che il pattugliamento notturno della zona è sempre stato esiguo, quasi inesistente. Questo ha permesso a chiunque avesse brutte intenzioni di girare indisturbato. Di ragazzi come i due fermati ce ne sono tanti, ma hanno trovato terreno fertile nel silenzio, ma soprattutto nella paura. Vedere in questi giorni decine di pattuglie girare ininterrottamente per strada, adesso che è troppo tardi e con un innocente sulla coscienza, suona di presa in giro.

Ho lasciato l'ambiente dei bar e locali della movida perché ero stanca di lavorare in condizioni pietose, sottopagata e per giunta in balìa degli stessi pericoli che hanno portato alla morte di Claudio. Mi sento profondamente in colpa adesso, perché lasciando quegli ambienti ho creduto di aver risolto il problema pensando solo a me stessa, e mi pento profondamente di tutte quelle volte in cui avrei dovuto prendere il telefono, chiamare le forze dell'ordine all'ennesima rissa o episodio di spaccio, ma non l'ho fatto».

E conclude: «Claudio era la parte prevalente dei giovani. Barletta non è fatta solo di piccoli criminali che possono brandire anche un coltello per sentirsi grandi e questo deve venire fuori! Mi auguro che proprio la cronaca locale faccia emergere non una società omertosa, ma una società sì, annegata nel disordine e nel degrado, ma anche sola e senza le istituzioni al proprio fianco».
  • Lettera aperta
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