Disastro ferroviario
Disastro ferroviario
Cronaca

Oggi 5 anni dal disastro ferroviario. Anche Barletta non dimentica quel 12 luglio 2016

Il barlettano Michele Corsini fu tra le vittime della tragedia. Il primo soccorritore: «Situazione mai vista prima»

L'immagine delle lamiere accartocciate su quel binario unico torna in mente ogni anno. Ne sono trascorsi cinque dal disastro ferroviario che costò la vita a 23 persone e provocò il ferimento di altre 51. Alle 11:05 del 12 luglio 2016, tra Andria e Corato, si è fermato il cuore di un'intera comunità. E proprio lì tornano gli sguardi oggi. Proprio lì torna il ricordo.

Anche a Barletta, questa sera, si commemoreranno le vittime del tragico incidente. Tra loro, il concittadino Michele Corsini a cui sarà dedicata la celebrazione nella parrocchia di Santa Lucia. «Tutti gli anni, in coincidenza con la festa patronale, viene in mente quel martedì di cinque anni fa», dice don Vito Carpentiere che terrà la celebrazione in programma alle ore 19:00.
«Avevo conosciuto Michele negli ultimi tempi – racconta il parroco – quando suo nipote, nel quartiere di Santa Maria, gestiva un bar. Ecco perché tutti gli anni celebriamo qui in parrocchia il suo ricordo».

Il momento del ricordo ci sarà già questa mattina a Bari. All'orario dello scontro tra i due convogli ferroviari, il sindaco Antonio Decaro insieme ai primi cittadini delle località di origine delle vittime, deporrà una corona di fiori ai piedi della lapide a loro dedicata in piazza Aldo Moro.

Il primo soccorritore: «Una situazione mai vista prima»

E il ricordo resta vivido nelle parole del dottor Paolo Lionetti, coordinatore del 118 di Andria. Paolo fu il primo soccorritore a raggiungere il luogo della tragedia. «Avevo ricevuto una chiamata dalla centrale operativa del 118 di Bari – ci racconta –. Ci dicevano di andare in un luogo non ben precisato in cui si era consumato un incidente tra due treni».

Paolo corre alla stazione di Andria per avere più informazioni, ma la confusione era ancora tanta. «A loro risultava solo un treno fermo, ma nessun incidente». Eppure, il telefono continuava a squillare e a segnalare la presenza di morti. «Così – prosegue Paolo – abbiamo percorso alcune strade di campagna. Lì abbiamo incrociato un ragazzo in auto. La sua fidanzata era su uno dei due treni, chiedeva soccorso. La ragazza ha inviato la posizione su whatsapp. È così che abbiamo trovato i treni».

Su quei binari, sotto il caldo rovente di luglio, si materializzava l'inverosimile. «Era una situazione mai vista prima, indescrivibile». Paolo Lionetti avrebbe dovuto fare il triage, un bilancio approssimativo per quantificare i soccorsi necessari da inviare sul posto. «Il bilancio era tragico già a prima vista. Nell'arco di un'oretta sono arrivati mezzi della Protezione civile, delle associazioni di volontariato e tre elicotteri. In 19 anni di attività di 118 non ho mai visto tre elicotteri operare tutti insieme».

Un incidente «forse evitabile», dice Paolo a distanza di 5 anni, che ha messo a dura prova l'uomo e il professionista. «Sono stato schiaffeggiato da una paziente perché ho preso la decisione di far soccorrere da un elicottero un paziente e non lei – ricorda il coordinatore del 118 – Io dovevo decidere, in base alla gravità, chi doveva essere soccorso per primo».

«Ci sono sofferenze difficili da alleviare»

«Tutte le vittime di situazioni ingiuste provocano sofferenza nei nostri cuori». Sono le parole di riflessione di don Vito Carpentiere. «Sono persone – aggiunge – che commemoriamo con l'atteggiamento della fede perché la Chiesa è chiamata sempre ad alleviare qualunque tipo di dolore».

Proprio oggi, in coincidenza con i 5 anni dall'incidente, si svolgerà una delle udienze del processo ancora in corso presso l'Auditorium Monsignor Pichierri di Trani. Diciotto gli imputati, tra cui la società Ferrotramviaria. «Le vittime – dice don Vito – sono persone il cui ricordo non può essere cancellato perché hanno subìto una tragedia e ancora oggi non vedono il benché minimo bagliore di giustizia. Non in termini di vendetta, ma di calcolo di responsabilità per evitare che in seguito possano reiterarsi situazioni del genere».

Ricordare per lenire le ferite di una comunità intera. «Ci sono sofferenze – conclude il parroco di Santa Lucia – che diventano difficili da alleviare perché colmare l'assenza di una persona così importante all'interno di una comunità familiare è difficile. Non è solamente il ministero della consolazione, ma la capacità di sapersi fare prossimi e saper stare accanto a chiunque vive ogni tipo di sofferenza».
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