Tribunale Martello giudice Procura
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Cronaca

Morte dell'avvocato Casale, nessun colpevole

Il professionista 52enne perse la vita per cause naturali

Nessun colpevole per la prematura ed improvvisa morte dell'avvocato Francesco Paolo Casale, deceduto il pomeriggio del 12 aprile 2016 nella palestra "Fit Zone" dove il 52enne professionista barlettano si era recato per la consueta seduta di allenamento. All'esito dell'autopsia eseguita dal dr. Antonio De Donno, della visione delle immagini a circuito chiuso del sistema di videosorveglianza della palestra e di altri atti d'indagini, tra cui gli interrogatori di alcuni dei presenti nella struttura, il sostituto procuratore della Repubblica di Trani Mirella Conticelli ha formulato al giudice per le indagini preliminari richiesta di archiviazione delle indagini a carico di Antonio Sgobbo (difeso dall'avvocato Raffele Dibello) all'epoca gestore della palestra.

Come atto dovuto, Sgobbo fu accusato di omicidio colposo. Il gip del tribunale di Trani Rossella Volpe ha accolto l'istanza del pubblico ministero e dunque emesso decreto di archiviazione. L'esame autoptico accertò che la morte di Casale fu causata "da una grave aritmia (fibrillazione ventricolare) in soggetto affetto da una grave cardiopatia ischemica misconosciuta: patologia – afferma l'avv. Dibello - di cui nemmeno Casale avrebbe sospettato". Il legale fu rinvenuto esamine sul pavimento di un bagno dove si era chiuso dopo essersi intrattenuto alcuni minuti, soprattutto a chiacchierare, in uno degli ambienti della palestra. Secondo quanto ricostruito, Casale rimase chiuso a chiave in bagno per una mezz'oretta, finchè un altro utente della palestra scorse un suo piede steso per terra. Forzata la porta, le condizioni di Casale apparvero disperate e nonostante alcuni tentativi per rianimarlo all'arrivo dell'ambulanza del 118 fu constatato il decesso.

Le attenzioni investigative furono puntate anche sul fatto che la palestra non era dotata di defibrillatore «per cui, però, non c'era e non c'è un obbligo di dotazione – sottolinea l'avv. Dibello. L'eventuale utilizzo di un defibrillatore nelle prime fasi di soccorso, in pratica nei primi 5 minuti, avrebbe soltanto aumentato le probabilità di successo di un'efficace rianimazione cardio-polmonare. Ma la permanenza all'interno del bagno si protrasse per molto tempo, all'insaputa di tutti, sicché i primi soccorsi si rivelarono inutili».
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