Carlo Cafiero
Carlo Cafiero
Il pensatoio blu

Il mistico anarchico: Cafiero e la metafisica della rivoluzione

A cura di Matteo Losapio

Quando si giunge in una nuova città, non si arriva solo in una nuova zona, ma si entra in un luogo differente, in una cultura che, pian piano, iniziamo a conoscere. Per chi giunge a Barletta e, come me, un po' si occupa e si interessa di filosofia, non può non conoscere Carlo Cafiero. Ovviamente quando parliamo di Carlo Cafiero non ci viene subito in mente l'immagine di un filosofo quanto quella di un rivoluzionario che ha consacrato tutta la sua vita alla lotta e all'emancipazione delle classi proletarie e sottoproletarie.

L'ideale che ha guidato Cafiero è stato quello dell'anarchia. Tuttavia, quando si parla di anarchia o del pensiero anarchico fra Ottocento e Novecento, non si parla di un pensiero sistematico né di un blocco di idee e di dottrine politiche. Infatti, la galassia anarchica è formata da differenti correnti e da differenti tendenze riunite, per sommi capi, sotto l'idea dell'anti-autoritarismo nelle sue forme principali: Dio, Stato, Famiglia. In altre parole, il pensiero o, meglio, i pensieri anarchici, nella diversità delle loro proposte che vanno dall'anarco-individualismo di Stirner all'anarco-comunismo di Bakunin, propendono per l'abbattimento di ogni forma di potere imposto dall'esterno, che questo sia un potere religioso, statale o morale.

Se volessimo collocare Cafiero nella galassia del pensiero anarchico, certamente lo inquadreremmo all'interno della corrente anarco-comunista. Prima amico di Marx ed Engels, poi al fianco del rivoluzionario russo Michail Bakunin e compagno del giovane Errico Malatesta, Carlo Cafiero ha segnato il pensiero anarchico, soprattutto con la sua opera di propaganda e di divulgazione politica. Anzi, potremmo affermare che Cafiero non solo ha segnato il pensiero anarchico ma ne è stato, in qualche modo, segnato a sua volta. Infatti, dopo gli anni del Seminario a Molfetta, eccolo a Londra, poi in Svizzera, poi a Berlino, poi in Italia, impegnato nella lotta, nella discussione, nel dibattito politico, fino a rimetterci la salute fisica e psichica. Nato a Barletta nel 1846, morirà nel manicomio di Nocera Superiore nel 1892, a soli quarantasei anni. Di lui ci rimangono i suoi scritti, in particolare Il Compendio del Capitale, scritto durante gli anni di prigionia a Napoli, dopo aver partecipato alla celebre "Banda del Matese". Il cardine intorno a cui ruota il pensiero e la vita di Cafiero è la rivoluzione. Tuttavia, non si tratta semplicemente di una rivoluzione sociale e politica, ma di un vero e proprio paradigma metafisico, fondante tutta la realtà. Nelle conclusioni del suo Compendio scrive:

Ma la rivoluzione invocata dai lavoratori non è la rivoluzione di pretesto, non è il mezzo pratico di un momento per raggiungere un dato scopo. Anche la borghesia, come tanti altri, invocò un giorno la rivoluzione; ma solamente per soppiantare la nobiltà, e sostituire al sistema feudale del servaggio quello più raffinato e crudele del salariato. E questo lo chiamò progresso e civiltà! Tutti i giorni assistiamo infatti al ridicolo spettacolo di borghesi, che vanno balbettando la parola rivoluzione, al solo scopo di poter salire sull'albero della cuccagna, e agguantare il potere. La rivoluzione dei lavoratori è la rivoluzione per la rivoluzione. La parola Rivoluzione, presa nel suo più largo e vero senso, significa giro, trasformazione, cambiamento. Come tale la rivoluzione è l'anima di tutta la materia infinita. Infatti, tutto si trasforma in natura, ma niente si crea e niente si distrugge, come la chimica ci dimostra. La materia, rimanendo sempre la stessa quantità, può cambiare di forma in modo infinito. Quando la materia perde la sua antica forma e ne acquista una nuova, essa fa un passaggio dall'antica vita, nella quale muore, alla nuova vita, nella quale nasce.[1]


Il paradigma metafisico della rivoluzione, dunque, secondo Cafiero, è la stessa dispiega zone ontologica della realtà. In quanto essere, la realtà è rivoluzione, in quanto continuo cambiamento, continua trasformazione, continua emancipazione. In questo possiamo intravedere le due anime di Cafiero che si intrecciano: quella dell'anarchico e quella del mistico. Due anime della sua stessa storia, quella degli anni del Seminario e quella degli anni dell'Internazionale, che finiranno per collidere nella sua testa, fino a portarlo alla follia. Tuttavia, se il senso della realtà è la rivoluzione, se la realtà stessa è rivoluzione, allora ecco che Cafiero impiega tutto se stesso per la divulgazione del pensiero anarchico, antiautoritario e rivoluzionario.

Ed è qui che ritroviamo la sua indole filosofica, nella divulgazione di un pensiero e nella sua ermeneutica. Infatti, se leggiamo con attenzione il Compendio, possiamo notare come esso non sia la ripetizione o la sintesi del Capitale di Marx, quanto una ermeneutica del suo pensiero in un'ottica che è quella dell'antiautoritarismo. E tutta l'opera, la vita e il pensiero di Cafiero riflettono quest'ottica di divulgazione della rivoluzione, contribuendo anche con diversi articoli e discorsi in tutta Europa. Questa è l'opera filosofica di Cafiero di divulgazione di una metafisica rivoluzionaria, fra la mistica della realtà e l'impegno sociale e politico. Una filosofia fatta di luci e ombre, di abissi e di quotidianità, di tantissime perdite e pochissime vittorie. Una filosofia che continua ad affascinare perché è rivoluzione per la rivoluzione.

[1] C. Cafiero, Compendio del Capitale, BFS edizioni, Pisa 2009, p. 151-152.
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