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Politica

Il divario tra la dimensione della vita e la logica del potere

Il penoso spettacolo dell’ennesimo rinvio in consiglio comunale. Il sindaco, i consiglieri e i partiti tra mandati e mandanti

Io sono convinto, come tanti altri, che Barletta sia una città ricca di fermenti. Le idee per guidare il futuro, per affrontare la crisi (economica, ma non solo) di questi tempi, sono già inscritte nella coscienza dei più. Soprattutto nella coscienza delle nuove generazioni. Di chi ha viaggiato, studiato, lavorato oltre i confini della città, della provincia, della Regione, dell'Italia. A soffocare queste idee, questo vento di liberazione, come sempre, è la logica del potere e le sue tecniche di spartizione. Chi ne soffre è la cittadinanza intera che sarà chiamata domani, quando questa lacunosa e indegna classe politica sarà spazzata via, a risolvere problemi sempre più gravi: le migliaia di posti di lavoro persi a causa di una imprenditoria miope e di basso profilo; una qualità della vita ridotta ai minimi termini per l'inquinamento dell'aria, per il traffico, per una concezione dell'urbanistica antiquata e legata al profitto; una cultura da salotto, da grandi eventi, da dame in ermellino, invece che motore di riscatto sociale.

Il divario tra la dimensione della vita e la dimensione del progetto politico ha dato mille prove di sé. L'ultima martedì sera durante il Consiglio comunale. La città non ha più un governo (la giunta) e nemmeno il presidente dell'Assemblea. Ma i consiglieri di maggioranza (tutti!) e due consiglieri della finta minoranza (Udc e Udeur) hanno votato a favore del rinvio al 4 maggio dell'elezione del Presidente del Consiglio. A sostegno di questa decisione inqualificabile una paginetta, l'ennesimo documento di buoni propositi, che ripete la trita solfa delle linee programmatiche, firmato da tutti i segretari politici, dall'Api alla Fds. Il sindaco invece si nasconde. Per la seconda volta non si presenta in Consiglio comunale. Per evitare gli attacchi, probabilmente. Ma un sindaco che si nasconde per paura degli attacchi è credibile nella guida di una città in difficoltà? Tanto più che quell'incredibile documento parla di un ricompattamento della coalizione. Tradotto nel linguaggio più consono a questi politicanti da osteria, l'accordo è: una bevuta per tutti.

Il Pd rinuncia a due assessori, per permettere a tutti gli altri sei movimenti politici a sostegno (si fa per dire) di Nicola Maffei di entrare in giunta, nella stanza dei bottoni. Il Pd dunque passa da 5 a 3. Al suo interno, durante un direttivo infuocato, questa linea è passata col sostegno solo dell'area di maggioranza del consigliere regionale Filippo Caracciolo (52% al congresso). Un partito spaccato in due decide, rispetto al precedente tavolo politico, di cedere due postazioni, a favore della Lista Emiliano (a proposito, ma dopo le vasche da bagno piene di pesce, esiste ancora?), della Buona Politica e di SEL, le formazioni che sembravano a rischio di esclusione. Per una strana concezione della democrazia interna e della matematica, se l'accordo precedente prevedeva 3 assessori all'area Latorre-Bersani, 1 all'area Modem, 1 all'area Letta, il nuovo accordo prevede invece 3 assessori su 3 all'area che fa capo a Caracciolo.

Domani sera il tavolo politico dovrebbe decidere nomi e deleghe. Probabilmente Maffei cederà la delega alla Cultura. Tutto per arrivare all'elezione con maggioranza più ampia possibile di Enzo Delvecchio a Presidente del Consiglio il prossimo 4 maggio. Il fuoco che cova sotto le ceneri potrebbe esplodere in un nuovo incendio. O in più focolai all'interno dei diversi partiti. Saranno i soliti fuochi fatui o sarà invece il rogo che porrà finalmente termine a questa penosa farsa?
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