
La città
Giuseppe De Nittis. “Sulla neve”, Teatro dei colori e musica per un’armonia celeste
Il testo dello scrittore e saggista Giuseppe Lagrasta
Barletta - domenica 29 marzo 2026
1.33
La dimensione di analisi che alimenta la ricerca sulle strutture pittoriche costruite da Giuseppe de Nittis, richiede la scelta di un metodo di investigazione e di un modello interpretativo che rendano possibile la conoscenza del gioco dei colori che abita la pittura dell'artista barlettano. In questo gioco di specchi, il punto di vista interpretativo, si innerva al costrutto che compone il Teatro dei colori denittisiano costituito dalla pittura narrativa e dall'ecologia figurativa, (natura, cultura, paesaggio, ambiente, città, umanità); tale alchimia pittorica esplode con tutta la sua carica narrativa ed emotiva, quando si intreccia alla grammatica visiva e poetico-esistenziale. Il clima emotivo e visivo, che si respira nell'opera "Sulla neve" (1875, Collezione privata) di Giuseppe De Nittis, - sottolinea il prof. Giuseppe Lagrasta – avvia riflessioni e meditazioni che intridono l'animo dell'osservatore di una calma, e di un desiderio di pace, sollecitando nello stesso, l'aspirazione a connotare le forme e lo stile capaci di colorare la grammatica spirituale ed esistenziale dei protagonisti delle storie e dei luoghi raccontati. L'esercizio della riflessione, relativo all'opera "Sulla neve" si collega al sentimento e al desiderio della protagonista di vivere la giornata nella quiete che sopravviene dopo la tempesta. Ecco che la neve, è metafora del silenzioso rapporto intimo che si stabilisce tra la protagonista della tela e la natura. E il pittore barlettano coniuga le immagini del suo Teatro d'armonie di colori con le immagini della grammatica sociale di una città inquieta, come Parigi, narrando, altresì, di una donna moderna, che vive in piena libertà la sua vita quotidiana, in una città moderna.
Esaminando l'opera di Giuseppe De Nittis,"Sulla neve", l'osservatore si ritrova in uno spazio di luce, tra giallo ocra, nero e grigio, viventi nel silenzio del teatro bianco della natura e dello sguardo poetico di una donna, che esprime tenerezza, gioia e passione di vivere. Il bianco della neve assorbe quei colori stridenti che spesso inaspriscono le giornate parigine e dona alla donna il grado zero del silenzio, un grado zero di pace assoluta, quella pace umana e tra gli uomini, sempre agognata e mai sostenuta da azioni di significativa umanità. E invece, in questa opera denittisiana, si scorge il silenzio della pace e la pace del silenzio umano e vitale, non un silenzio perenne ed amletico, non un silenzio inquieto, qual è quello di Beatrice, spesso tentata di condividerlo con Dante Alighieri e che questi non ha mai saputo o potuto donare alla sua donna angelicata. Invece, il silenzio che Giuseppe de Nittis racconta in quest'opera, è un silenzio vissuto e appreso dal pittore tra le stagioni pugliesi della sua infanzia barlettana, tra le passeggiate sul corso della città, e l'esperienza della natura, esperita tra le gore del Fiume Ofanto e i colori delle Saline, nella campagna assolata, tra serpi, ramarri e vipere infelici. Da quei luoghi, Peppino ha imparato l'acume spirituale che si vive nel silenzio assoluto e quella tavolozza esistenziale l'ha trasformata nel Teatro Bianco di quella piazza parigina, densa di neve, spazio etereo, dolce, meridionale e allo stesso tempo francese. In tal modo, si offre all'osservatore la possibilità di abitare un metaspazio: l'inverno parigino, la pace del silenzio della piazza, una donna riflessiva e anticonformista, con la vivacità di due cagnolini allegri e divertiti, gli alberi infreddoliti e innevati, e la pace che la natura emana, in sé e per sé, nel gioco dei giorni.
E in cosa consiste la comparazione tra l'inverno nevoso di Parigi e l'inverno delle nostre stagioni pugliesi? Non ci sono differenzeemotive, ma lo stesso, il De Nittis parigino, con la sua opera "Sulla neve", racconta, narrando per immagini speculari, la grammatica visiva dell'inverno ofantino e barlettano, con la percezione visiva di una piazza parigina, con le sue costruzioni alte, innevate, e silenti, verso un cielo azzurro, nel cuore dei giorni e nel silenzio della piazza. Lo sguardo della neve incontra onde soffici di emozioni rese da piume, fiocchi di neve,espressione della leggerezza dolce dell'essere. E la sosta sulla neve, esprime la gioia della leggerezza dell'essere, tra silenzio, cuore che ascolta la natura e occhi che guardano la luce bianca che si disperde tra i rivoli degli orologi di ghiaccio. E cosa rappresenta l'orologio di ghiaccio? L'orologio di ghiaccio rappresenta lo scorrere del tempo dei secoli, è il tempo del freddo perenne, dell'oltre tempo, con un orologio senza indicazioni numeriche e senza lancette girevoli. E' l'esempio di un orologio cieco. Ecco che l'orologio di ghiaccio, ripristina l'evolversi dei secoli dei secoli, che procede, di tempo in tempo, ad allietare le feste dell'entropia, che a sua volta, si combatte con l'orologio celeste, l'orologio che anima i giorni del tempo esistenziale e spirituale dell'umano. Ma nell'opera di Giuseppe De Nittis "Sulla Neve",(1875), trova vita l'orologio celeste con discreta armonia, silente e ombrosa, intrecciando con l'esprit de finesse della signora Léontine, un dialogo immaginario, tra silenzio perenne del tempo assoluto e la gioia poetica, che la donna del pittore, sente di vivere, in quello spazio di libertà assoluta. Un momento di vita spirituale e di profondità di donna lirica, attraversata da una narrazione esistenziale vissuta attraverso un momento di vita irripetibile.
Ecco come Giuseppe De Nittis, ha rappresentato il gioco del gioco, la donna, l'amore suo, che gioca il gioco del ritorno all'infanzia, alla luce degli anni dolci e tranquilli, su una distesa di neve, con dei cagnolini, simboli dell'infanzia e della felicità del gioco, ma con il respiro consapevole dell'immediatezza, del carpe diem, del vento nel vuoto, della piuma che vola oltre il ponte delle esistenze terrestri, del fiocco di neve che si perde nel vuoto dell'universo. Ma l'orologio di ghiaccio, eterno e mai sconfitto, riappare: è il segno del tempo che passa, è la cifra simbolica dell'amore che resiste, nonostante, la morte, tra Orfeo ed Euridice, l'amore forte li legherà, per sempre; così come Léontine sarà legata a Peppino, così come l'amore filiale eterno legherà Jacques ai suoi genitori; e, in limine, diciamo che, non c'è pianto poetico che possa sostenere, il vuoto interiore che genera una scomparsa, non c'è lirica intima, che possa alleviare le ferite per una perdita, non c'è sogno che possa reggere il disagio per un amore perduto, o per il dolore provocato dalla scomparsa di un affetto, non c'è energia, se non quella della poesia e della pittura che possa donare alla mente e al cuore, la forza di lottare, per chi resta. Penelope e Ulisse, Orfeo ed Euridice, Ofelia e Amleto, Dante e Beatrice, Tristano e Isotta, Léontine e Peppino: ecco l'energia dell'amore che si trasforma in un fiocco di neve, una piuma bianca, una parola che lenisce il dolore, ecco l'emblema di un'ombra che appare e non dispera sul palcoscenico del Teatro di neve, il teatro bianco dalle orme disciolte e dalla vita breve, dove si posa la memoria di ognuno, il teatro delle parole e delle cose, delle voci tenere e dolci che si stringono per la creazione di un'armonia celeste.
Così, dal colloquio che si stabilisce tra l'osservatore e l'opera, "Sulla neve" di Giuseppe de Nittis, emerge come il pittore barlettano, sia un artista che invita alla riflessione, alla scoperta del valore del silenzio, al benessere che il silenzio assoluto provoca nel cuore di chi si educa per vivere tale condizione umana. Così, tra ecologia figurativa e narrazione trasfigurata, il cuore della pittura denittisiana si apre alla meraviglia, potenziando, la sua grammatica visiva, con una serie di punti d'illuminazione, continui, che coniugano la poesia della figura artistica con la leggerezza della scrittura pittorica. "Marzo è il mese più dolce e più crudele, è felice, oscuro, bianco di primavera, giovane d'aspetto e cordiale e tenero, spesso, indolente e avventuriero. Ma con il suo dolce colore segreto, avvolgerà i vivi e i morti, e sarà ospite della luce di primavera, e sarà festa a marzo per tutti, sulla neve, tra i rivi, nei mari dolci e tra i fossi, e la dolcezza dell'inverno, leggera, e tra i colori della pace, non avrà mai fine e sarà sublime, il silenzio." Questi sono nostri versi scritti in omaggio a Thomas S. Eliot, e al suo grande capolavoro poetico, "La Terra desolata", ma in contro canto pittorico, ad Eliot e alla sua terra desolata, ecco i frammenti poetici de "La Terra promessa" di Giuseppe Ungaretti. E così, il meraviglioso teatro di neve di Giuseppe De Nittis, con l'elegia poetica e pittorica narrata nella sua opera "Sulla neve", si raccorda, in modo comparato, ai versi di T. S. Eliot e di Giuseppe Ungaretti, struggendosi di libertà e di malinconia, alla continua ricerca della dolcezza della natura meridionale e della luce inquieta del Tavoliere delle Puglie.
Riproduzione Riservata.
Esaminando l'opera di Giuseppe De Nittis,"Sulla neve", l'osservatore si ritrova in uno spazio di luce, tra giallo ocra, nero e grigio, viventi nel silenzio del teatro bianco della natura e dello sguardo poetico di una donna, che esprime tenerezza, gioia e passione di vivere. Il bianco della neve assorbe quei colori stridenti che spesso inaspriscono le giornate parigine e dona alla donna il grado zero del silenzio, un grado zero di pace assoluta, quella pace umana e tra gli uomini, sempre agognata e mai sostenuta da azioni di significativa umanità. E invece, in questa opera denittisiana, si scorge il silenzio della pace e la pace del silenzio umano e vitale, non un silenzio perenne ed amletico, non un silenzio inquieto, qual è quello di Beatrice, spesso tentata di condividerlo con Dante Alighieri e che questi non ha mai saputo o potuto donare alla sua donna angelicata. Invece, il silenzio che Giuseppe de Nittis racconta in quest'opera, è un silenzio vissuto e appreso dal pittore tra le stagioni pugliesi della sua infanzia barlettana, tra le passeggiate sul corso della città, e l'esperienza della natura, esperita tra le gore del Fiume Ofanto e i colori delle Saline, nella campagna assolata, tra serpi, ramarri e vipere infelici. Da quei luoghi, Peppino ha imparato l'acume spirituale che si vive nel silenzio assoluto e quella tavolozza esistenziale l'ha trasformata nel Teatro Bianco di quella piazza parigina, densa di neve, spazio etereo, dolce, meridionale e allo stesso tempo francese. In tal modo, si offre all'osservatore la possibilità di abitare un metaspazio: l'inverno parigino, la pace del silenzio della piazza, una donna riflessiva e anticonformista, con la vivacità di due cagnolini allegri e divertiti, gli alberi infreddoliti e innevati, e la pace che la natura emana, in sé e per sé, nel gioco dei giorni.
E in cosa consiste la comparazione tra l'inverno nevoso di Parigi e l'inverno delle nostre stagioni pugliesi? Non ci sono differenzeemotive, ma lo stesso, il De Nittis parigino, con la sua opera "Sulla neve", racconta, narrando per immagini speculari, la grammatica visiva dell'inverno ofantino e barlettano, con la percezione visiva di una piazza parigina, con le sue costruzioni alte, innevate, e silenti, verso un cielo azzurro, nel cuore dei giorni e nel silenzio della piazza. Lo sguardo della neve incontra onde soffici di emozioni rese da piume, fiocchi di neve,espressione della leggerezza dolce dell'essere. E la sosta sulla neve, esprime la gioia della leggerezza dell'essere, tra silenzio, cuore che ascolta la natura e occhi che guardano la luce bianca che si disperde tra i rivoli degli orologi di ghiaccio. E cosa rappresenta l'orologio di ghiaccio? L'orologio di ghiaccio rappresenta lo scorrere del tempo dei secoli, è il tempo del freddo perenne, dell'oltre tempo, con un orologio senza indicazioni numeriche e senza lancette girevoli. E' l'esempio di un orologio cieco. Ecco che l'orologio di ghiaccio, ripristina l'evolversi dei secoli dei secoli, che procede, di tempo in tempo, ad allietare le feste dell'entropia, che a sua volta, si combatte con l'orologio celeste, l'orologio che anima i giorni del tempo esistenziale e spirituale dell'umano. Ma nell'opera di Giuseppe De Nittis "Sulla Neve",(1875), trova vita l'orologio celeste con discreta armonia, silente e ombrosa, intrecciando con l'esprit de finesse della signora Léontine, un dialogo immaginario, tra silenzio perenne del tempo assoluto e la gioia poetica, che la donna del pittore, sente di vivere, in quello spazio di libertà assoluta. Un momento di vita spirituale e di profondità di donna lirica, attraversata da una narrazione esistenziale vissuta attraverso un momento di vita irripetibile.
Ecco come Giuseppe De Nittis, ha rappresentato il gioco del gioco, la donna, l'amore suo, che gioca il gioco del ritorno all'infanzia, alla luce degli anni dolci e tranquilli, su una distesa di neve, con dei cagnolini, simboli dell'infanzia e della felicità del gioco, ma con il respiro consapevole dell'immediatezza, del carpe diem, del vento nel vuoto, della piuma che vola oltre il ponte delle esistenze terrestri, del fiocco di neve che si perde nel vuoto dell'universo. Ma l'orologio di ghiaccio, eterno e mai sconfitto, riappare: è il segno del tempo che passa, è la cifra simbolica dell'amore che resiste, nonostante, la morte, tra Orfeo ed Euridice, l'amore forte li legherà, per sempre; così come Léontine sarà legata a Peppino, così come l'amore filiale eterno legherà Jacques ai suoi genitori; e, in limine, diciamo che, non c'è pianto poetico che possa sostenere, il vuoto interiore che genera una scomparsa, non c'è lirica intima, che possa alleviare le ferite per una perdita, non c'è sogno che possa reggere il disagio per un amore perduto, o per il dolore provocato dalla scomparsa di un affetto, non c'è energia, se non quella della poesia e della pittura che possa donare alla mente e al cuore, la forza di lottare, per chi resta. Penelope e Ulisse, Orfeo ed Euridice, Ofelia e Amleto, Dante e Beatrice, Tristano e Isotta, Léontine e Peppino: ecco l'energia dell'amore che si trasforma in un fiocco di neve, una piuma bianca, una parola che lenisce il dolore, ecco l'emblema di un'ombra che appare e non dispera sul palcoscenico del Teatro di neve, il teatro bianco dalle orme disciolte e dalla vita breve, dove si posa la memoria di ognuno, il teatro delle parole e delle cose, delle voci tenere e dolci che si stringono per la creazione di un'armonia celeste.
Così, dal colloquio che si stabilisce tra l'osservatore e l'opera, "Sulla neve" di Giuseppe de Nittis, emerge come il pittore barlettano, sia un artista che invita alla riflessione, alla scoperta del valore del silenzio, al benessere che il silenzio assoluto provoca nel cuore di chi si educa per vivere tale condizione umana. Così, tra ecologia figurativa e narrazione trasfigurata, il cuore della pittura denittisiana si apre alla meraviglia, potenziando, la sua grammatica visiva, con una serie di punti d'illuminazione, continui, che coniugano la poesia della figura artistica con la leggerezza della scrittura pittorica. "Marzo è il mese più dolce e più crudele, è felice, oscuro, bianco di primavera, giovane d'aspetto e cordiale e tenero, spesso, indolente e avventuriero. Ma con il suo dolce colore segreto, avvolgerà i vivi e i morti, e sarà ospite della luce di primavera, e sarà festa a marzo per tutti, sulla neve, tra i rivi, nei mari dolci e tra i fossi, e la dolcezza dell'inverno, leggera, e tra i colori della pace, non avrà mai fine e sarà sublime, il silenzio." Questi sono nostri versi scritti in omaggio a Thomas S. Eliot, e al suo grande capolavoro poetico, "La Terra desolata", ma in contro canto pittorico, ad Eliot e alla sua terra desolata, ecco i frammenti poetici de "La Terra promessa" di Giuseppe Ungaretti. E così, il meraviglioso teatro di neve di Giuseppe De Nittis, con l'elegia poetica e pittorica narrata nella sua opera "Sulla neve", si raccorda, in modo comparato, ai versi di T. S. Eliot e di Giuseppe Ungaretti, struggendosi di libertà e di malinconia, alla continua ricerca della dolcezza della natura meridionale e della luce inquieta del Tavoliere delle Puglie.
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