
Abusava dei permessi previsti dalla legge 104: sospeso un poliziotto della BAT
Denunciati a piede libero altri due poliziotti per il medesimo reato
venerdì 2 gennaio 2026
Comunicato Stampa
Il Tribunale di Trani, all'estio degli interrogatori preventivi tenutisi nei giorni scorsi, ha parzialmente accolto la richiesta della Procura della Repubblica di Trani ed ha adottato un'ordinanza applicativa di una misura cautelare interdittiva della sospensione dall'esercizio dei pubblici uffici per la durata di sei mesi nei confronti di un appartenente alla Polizia di Stato in forza alla Questura di Barletta – Andria - Trani, ritenuto responsabile dei reati di truffa aggravata ai danni dello Stato e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Per i medesimi reati sono stati denunciati a piede libero altri due poliziotti.
La complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura di Trani e condotta dal Servizio Centrale Operativo e dalla Squadra Mobile della Questura di Barletta-Andria-Trani, trae origine da una segnalazione effettuata dall'Ufficio Sanitario Provinciale della Questura in merito ad alcune difformità relative all'utilizzo indiscriminato degli istituti normativi afferenti le assenze dal servizio per malattia e per assistenza delle persone diversamente abili.
L'indagine, espletata attraverso servizi di sorveglianza fisica, installazione di video camere e dispositivi di tracciamento satellitari, ha svelato come gli odierni indagati sfruttassero illegittimamente i benefici previsti dalla legge 104/92 e dell'articolo 42 del d.lgs. 151/2001 per l'assistenza dei propri familiari portatori di handicap.
In particolare, è stato accertato come i poliziotti coinvolti richiedevano sistematicamente dei permessi retribuiti per assistere il familiare con disabilità – strumento assistenzialistico previsto, appunto, dalla l. 104/92 - per svolgere in realtà attività di carattere personale.
Inoltre a due dei tre indagati è stata contestata l'assenza dei requisiti previsti per l'ottenimento dei permessi di congedo straordinario - riconosciuti dall'art. 42 d.lgs. 151/2001- nei casi in cui vi è una stabile convivenza con il parente affetto da disabilità. I pedinamenti e l'analisi delle celle telefoniche hanno accertato come gli indagati vivessero, contrariamente a quanto dichiarato, in abitazioni diverse rispetto al proprio assistito, venendo quindi meno il requisito della coabitazione richiesto dalla legge.
Occorre precisare che i provvedimenti adottati nel corso delle indagini non sono definitivi e gli indagati non possono essere considerati colpevoli fino a quando la responsabilità non sia stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili.
La complessa attività investigativa, coordinata dalla Procura di Trani e condotta dal Servizio Centrale Operativo e dalla Squadra Mobile della Questura di Barletta-Andria-Trani, trae origine da una segnalazione effettuata dall'Ufficio Sanitario Provinciale della Questura in merito ad alcune difformità relative all'utilizzo indiscriminato degli istituti normativi afferenti le assenze dal servizio per malattia e per assistenza delle persone diversamente abili.
L'indagine, espletata attraverso servizi di sorveglianza fisica, installazione di video camere e dispositivi di tracciamento satellitari, ha svelato come gli odierni indagati sfruttassero illegittimamente i benefici previsti dalla legge 104/92 e dell'articolo 42 del d.lgs. 151/2001 per l'assistenza dei propri familiari portatori di handicap.
In particolare, è stato accertato come i poliziotti coinvolti richiedevano sistematicamente dei permessi retribuiti per assistere il familiare con disabilità – strumento assistenzialistico previsto, appunto, dalla l. 104/92 - per svolgere in realtà attività di carattere personale.
Inoltre a due dei tre indagati è stata contestata l'assenza dei requisiti previsti per l'ottenimento dei permessi di congedo straordinario - riconosciuti dall'art. 42 d.lgs. 151/2001- nei casi in cui vi è una stabile convivenza con il parente affetto da disabilità. I pedinamenti e l'analisi delle celle telefoniche hanno accertato come gli indagati vivessero, contrariamente a quanto dichiarato, in abitazioni diverse rispetto al proprio assistito, venendo quindi meno il requisito della coabitazione richiesto dalla legge.
Occorre precisare che i provvedimenti adottati nel corso delle indagini non sono definitivi e gli indagati non possono essere considerati colpevoli fino a quando la responsabilità non sia stata accertata con sentenza o decreto penale di condanna irrevocabili.
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