Il testamento di Leontine De Nittis parla chiaro

La Francia ci guadagna a discapito di Barletta. Intervento del giornalista Nino Vinella

giovedì 2 settembre 2010
Meno di due mesi alla partenza dei 47 quadri di De Nittis, i più belli, per la retrospettiva a lui dedicata dal Petit Palais a Parigi. Barletta ne rimarrà sprovvista per sei mesi buoni, 180 giorni, di cui 88 dalla metà di ottobre alla fine di gennaio nella capitale francese, più altri 92 subito dopo a Parma fino alla metà di maggio per il prosieguo nel Palazzo del Governatore su richiesta di quel comune.

Così dispongono le due delibere (la 222 di novembre 2009 e la 143 dello scorso 12 agosto) votate dalla giunta Maffei in un arco di tempo abbastanza ragionevole affinché l'Amministrazione potesse approfondire la questione del testamento di Léontine e del divieto ivi contenuto di riportare in Francia anche una sola opera del defunto marito, "conditio sine qua non" della donazione alla municipalità barlettana. Sulla questione giuridico-patrimoniale più che mai aperta ed all'attenzione generale, gli attuali amministratori barlettani tacciono ancora, mentre alcuni ex sindaci della vecchia guardia ne pretendono invece il mantenimento (quindi l'osservanza assoluta) come quell'impegno d'onore di tutti gli amministratori di Barletta dal 1913 (data del testamento) in poi, impegno che oggi pare sbiadito o addirittura svanito sotto un cinismo di dubbia natura solo mercantile contrapposto al romanticismo fine Ottocento che aveva spinto Léontine a dettarlo come obbligo in capo al nostro Comune per accettare e valorizzare, dovunque in Italia e nel mondo ma giammai in Francia, l'intera quadreria di casa De Nittis.

Il sindaco Maffei, quale leader maximo della "cabina di regìa" composta dai dirigenti Attolico-Angiuli (staff-cultura) e menzionata nelle delibere di cui sopra quale unico organo sovrano in materia, avrebbe ancora in questi giorni la possibilità di chiedere il prescritto parere legale all'Avvocatura comunale su quella condizione che, se violata, esporrebbe la città al rischio di un altro ricorso degli eredi De Nittis (come avvenne negli anni Settanta, quando a difenderla vittoriosamente fu l'avvocato Raimondo Doronzo) e dunque al pericolo di perderne la proprietà appena varcata la frontiera. Potrebbe il sindaco Maffei, magari proprio per togliersi l'ultimo scrupolo prima di imballare le casse con i quadri: lo farà?

Oltralpe, i francesi si godono un successo senza precedenti. Sul sito web del Petit Palais campeggia nella home page la frase di accoglienza alla mostra "Giuseppe De Nittis, la modernité élegante" già così tanto reclamizzata: "Dal 1886, nessuna esposizione a Parigi è stata dedicata a questo grande artista che fu l'amico di Manet e di Degas". Loro stessi, i parigini, il perché di questa lunghissima assenza mica se lo spiegano: che cosa infatti gliene può interessare? I "salvatori della patria" sembrano loro! Ma noi si, alla luce di quel benedetto testamento, lo sappiamo bene che una mostra rimaneva impossibile fino a quando il nodo testamentario poneva un vincolo, non solo d'ordine morale, così tanto forte da indurre al presente dibattito.

Il Petit Palais, candidatosi ad ospitare la retrospettiva denittisiana, ritorna dunque con prepotenza nella storia postuma alla morte di Giuseppe De Nittis. E ci ritorna con un tocco da romanzo di appendice. Infatti, nel testamento si legge, ironia del destino, che Léontine destinava tramite il Notaio Mahot de la Quérontannais alcune opere come souvenir sentimentale ad alcune amiche sue più devote e sincere: fra queste assegnava un quadro del marito a madame Lapanze, sposa divorziata di monsieur Lapanze, conservatore, guarda caso, del Petit Palais!

L'istituzione museale parigini era stata fondata pochi anni prima, nel 1900, ed sta al centro di una galassia culturale degna dei migliori manager, tipico dei francesi. Quanto a gestione, Palazzo della Marra sta al Petit Palais come un pigmeo a Gulliver, basta leggere sempre sul loro sito: nel circuito intorno alla mostra denittisiana a Parigi, quattro le conferenze tematiche, e poi laboratori didattici e ludici per i bambini eccetera eccetera. Segnale evidente di una grossissima macchina organizzativa produttrice di ricavi al punto tale che Parigi, parafrasando il celebre detto di Enrico IV ai suoi contemporanei nel XVI secolo, val bene la messa di sopportare tante spese, ivi inclusa l'assicurazione da chiodo a chiodo (di cui nella convenzione Maffei-Chazall come direttore del Palais non v'è traccia di cifre) a fronte del costo zero, solo apparente, per il comune di Barletta, che in tempi di tagli decide di non guadagnarci niente...

A Parigi invece biglietto d'ingresso 10 euro adulti, ridotto a 5 per gli altri. Ah: ovviamente, il boom delle visite è previsto nel periodo di maggiore affluenza tra Ognissanti e Natale-Capodanno. Mica fessi i francesi. E Il botteghino di Barletta, le nostre guide, i ristoranti e gli alberghi, gli operatori del turismo, insomma i nostri addetti ai lavori e tutta la città che fu sbandierata come "capitale della cultura"? Tutti ad aspettare il prossimo giro… dopo la campagna elettorale di primavera per la nuova giunta. Venghino, signori, venghino!

Nino Vinella
Giornalista