Barletta, la neve e le epidemie: una storia che si ripete... e dà speranza
Il nevischio di questa mattina ha accompagnato l'ennesimo risveglio in quarantena
martedì 24 marzo 2020
11.53
Stamattina la città di Barletta si è svegliata sotto una fugace ma piuttosto insolita spruzzata di neve, se consideriamo che, calendario alla mano, dovremmo essere entrati in primavera. Tranquilli, non è il solito pistolotto "gretista" sui cambiamenti climatici, anche perché in questi giorni, il tema dell'ecologismo, consapevole o straccione che sia, ha dovuto purtroppo gioco forza cedere il centro della scena mediatica alla tragedia del Coronavirus.
E a proposito di Coronavirus, i numeri del week-end, pur continuando a rimanere drammatici ed inquietanti, ci indicano una tutto sommato confortante inversione di tendenza sia in termini di contagi che di decessi. Ok, mi direte voi: ma tutto questo cosa c'entra con il nevischio di stamattina presto? A tal proposito, da appassionati della storia di Barletta, abbiamo subito pensato a quel racconto, tra storia e leggende, dei drammatici giorni della pestilenza che tra il 1656 e il 1657 decimò la popolazione della nostra città.
Il "feral morbo" fu portato a Barletta da una nave proveniente da Napoli. Il resto lo fecero le raccapriccianti condizioni igieniche in cui versava una città da oltre un secolo in piena decadenza, dopo le terribili devastazioni subite da Renzo de' Ceri e dall'esercito francese. In concomitanza con il rallentamento della pestilenza, in città fiorirono due leggende. La prima riguardante il ritrovamento da parte di alcuni contadini del quadro della Madonna dello Sterpeto. La seconda riguardante una processione della primavera del 1657, organizzata allo scopo di "implorare la cessazione del morbo". La leggenda narra che, mentre la processione era in transito nei pressi della chiesa di San Giacomo, una bianca colomba si posò dolcemente su di un'urna sacra e che "di lì a poco prese a nevicare cancellando ogni traccia del morbo che da quel giorno non avrebbe fatto più vittime".
Quante analogie con la spruzzatina di neve di oggi e i numeri drammatici, ma da un paio di giorni in calo, dell'epidemia da Covid-19 vero? Certo oggi, nell'anno di grazia(?) 2020, saremmo dei folli a pensare che una semplice processione sia sufficiente a fermare l'ecatombe causata dal Coronavirus. Ma nulla ci vieta, in concomitanza con il calo di contagi e di vittime, di interpretare questi fiocchi di neve decisamente fuori programma come un segnale di speranza. Un segnale già visto quattro secoli fa. Un segnale del tipo: "coraggio, ne stiamo uscendo anche stavolta!".
Non è nostra intenzione, né tantomeno nostro compito, quello di innescare l'ennesimo stucchevole conflitto tra fede e scienza. Anche perché se la fede è lo strumento con cui l'uomo punta a raggiungere Dio con le parole e le preghiere, la scienza non è forse lo strumento con cui l'uomo punta a raggiungere Dio nei fatti?
E a proposito di Coronavirus, i numeri del week-end, pur continuando a rimanere drammatici ed inquietanti, ci indicano una tutto sommato confortante inversione di tendenza sia in termini di contagi che di decessi. Ok, mi direte voi: ma tutto questo cosa c'entra con il nevischio di stamattina presto? A tal proposito, da appassionati della storia di Barletta, abbiamo subito pensato a quel racconto, tra storia e leggende, dei drammatici giorni della pestilenza che tra il 1656 e il 1657 decimò la popolazione della nostra città.
Il "feral morbo" fu portato a Barletta da una nave proveniente da Napoli. Il resto lo fecero le raccapriccianti condizioni igieniche in cui versava una città da oltre un secolo in piena decadenza, dopo le terribili devastazioni subite da Renzo de' Ceri e dall'esercito francese. In concomitanza con il rallentamento della pestilenza, in città fiorirono due leggende. La prima riguardante il ritrovamento da parte di alcuni contadini del quadro della Madonna dello Sterpeto. La seconda riguardante una processione della primavera del 1657, organizzata allo scopo di "implorare la cessazione del morbo". La leggenda narra che, mentre la processione era in transito nei pressi della chiesa di San Giacomo, una bianca colomba si posò dolcemente su di un'urna sacra e che "di lì a poco prese a nevicare cancellando ogni traccia del morbo che da quel giorno non avrebbe fatto più vittime".
Quante analogie con la spruzzatina di neve di oggi e i numeri drammatici, ma da un paio di giorni in calo, dell'epidemia da Covid-19 vero? Certo oggi, nell'anno di grazia(?) 2020, saremmo dei folli a pensare che una semplice processione sia sufficiente a fermare l'ecatombe causata dal Coronavirus. Ma nulla ci vieta, in concomitanza con il calo di contagi e di vittime, di interpretare questi fiocchi di neve decisamente fuori programma come un segnale di speranza. Un segnale già visto quattro secoli fa. Un segnale del tipo: "coraggio, ne stiamo uscendo anche stavolta!".
Non è nostra intenzione, né tantomeno nostro compito, quello di innescare l'ennesimo stucchevole conflitto tra fede e scienza. Anche perché se la fede è lo strumento con cui l'uomo punta a raggiungere Dio con le parole e le preghiere, la scienza non è forse lo strumento con cui l'uomo punta a raggiungere Dio nei fatti?